

Sinai
Nel deserto la terra tocca l’aere.
Un dio deve averlo scolpito
al suono di un antico tamburo.
Il granito in un’atavica danza
si è innalzato al ripido ritmo.
Il calcare ha offerto
un accompagnamento di flauti
sposandosi al vento,
che lo ha ricamato
come le facciate dei minareti.
Sinfonia e silenzio,
forza e pace.
L’abbraccio uniforme del calore
ed il mosaico dei colori:
rosso, bianco, sabbia, verde, nero e viola
in un arcobaleno di sedimenti
detriti e rocce.
In questo regno divino
le uniche terrene eccezioni
sono le verdi ginestre
e le bianche casupole dei beduini.
L.


Il fabbricante di sogni
Ho girato in lungo e in largo
in compagnia del mio violino
e il vento dei viaggiatori
mi è rimasto sempre amico.
Conosco tutti i ponti
i marciapiedi e le stazioni
e in ogni posto e in ogni luogo
ho lasciato una canzone.
Mi esibisco per i passanti
per i poveri e i signori
perché non esiste uomo
senza musica nel cuore
e suono per le ragazze
per le serie e le sfrontate
perché non esiste donna
che dica no a una serenata.
E giro col mio violino
per le piazze e per le strade
la gente intorno balla
e trova il tempo per sognare.
Ogni sera conto i soldi
sparsi in fondo al mio cappello
mi addormento sotto un soffitto
ricoperto dalle stelle.
Trovo sempre un pasto caldo
nei mercati e nelle fiere
perché dove c'è un violino
tutti quanti sono allegri .
Ho incontrato mille donne
e ogni donna l'ho incantata
con la storia del vagabondo
e la saggezza della strada
i bambini mi fanno festa
e stanno in fila per sentire
perché sanno che il musicista
è un vecchio amico da seguire.
E giro col mio violino...
Da molti anni non mi chiedo più
quale posto è la mia casa
e ho scoperto che la mia casa
è insieme a me dovunque vada
cammino senza legami
ho solo il vento che mi insegue
e il tempo non mi riguarda
perché il tempo mi appartiene.
E giro col mio violino...
Modena City Ramblers, La grande famiglia (1996)


Flamenco Dancer III di Fabian Perez
Lucia Martinez
Lucia Martinez.
Penombra di seta rossa.
Le tue cosce come la sera
vanno dalla luce all’ombra.
Recondite ambre nere
oscurano le tue magnolie.
Eccomi, Lucia Martinez.
Vengo a consumarti la bocca
e a trascinarti i capelli
in un’alba di conchiglie.
Perché voglio, e perché posso.
Penombra di seta rossa.
da Canciones di Federico Garcia Lorca

Osservo questo angolo di casa: una scrivania di legno, pochi ed impersonali oggetti, una pila di fogli bianchi; il contrasto cromatico è palese.
Il loro candore ha calamitato il mio sguardo, la loro immacolata perfezione mi ha spinto a ribellarmi; ho sopraffatto quella purezza con i tratti neri della mia penna, l’ho “macchiata” con il mio inchiostro.
“I fogli bianchi sono dismisura dell’anima” scrive Alda Merini e non posso che trovarmi d’accordo.
Non mi è stato possibile restare ferma innanzi a loro, il mio timore delle “pause” ha preso il sopravvento; non sono abituata né all’immobilità, né al vuoto e alle sue paurose attrattive. Le mie soste seppur rare sono sempre dinamiche, impegnate da cause contingenti, ma anche per scelta sufficientemente consapevole. Forse temo che se avessi un po’ di tempo per potermi osservare, scoprirei di non andarmi a genio neppure un po’, chissà …
Sono una fifona, ho vacillato davanti ad un innocuo foglio, ho dovuto affermare la mia esistenza e lasciare traccia di me, su di un semplice ammasso di cellulosa pressata, a pensarci bene è proprio ridicolo; eppure era intollerabile, in lui vedevo una sfida beffarda.
È infantile vedere la perfezione altrui e cercare di contagiarla con la propria inadeguatezza; credo che sia piuttosto umano come atteggiamento, ma nel momento stesso in cui lo scrivo realizzo che in realtà sto cercando di darmi delle “attenuanti”.
Vorrei poter essere io ad “elevarmi” a migliorare, invece a quanto pare prevale l’istinto che cerca di “abbassare” alla mia portata, ciò che per natura non lo è.
Limiti, limiti, limiti …
___
Ho voltato pagina, la prima è ormai irrimediabilmente compromessa.
Di questa non ho ancora deciso cosa farne, ma credo che resisterò alla tentazione d’imbrattarla con i miei “pensieri in ordine sparso”. Provo a fissarla per un tempo non ancora definito, magari per osmosi mi lascerà una quota di candore, una contropartita per quella corruzione che le ho “donato”.
Non so però se questo eventuale scambio sarebbe equo…

Il naufrago
Giovanni Pascoli
I
Il mare, al buio, fu cattivo. Urlava
sotto gli schiocchi della folgore! Ora
qua e là brilla in rosa la sua bava.
Intorno a mucchi d'alga ora si dora
la bava sua lungi da lui. S'effonde
l'alito salso alla novella aurora.
Vengono e vanno in un sussurro l'onde.
Sembra che l'una dopo l'altra salga
per veder meglio. E chiede una, risponde
l'altra, spiando tra quei mucchi d'alga...
II
- Chi è? Non so. Chi sei? Che fai? Più nulla.
Dorme? Non so. Sì: non si muove. E il mare
perennemente avanti lui si culla.
Noi gli occhi aperti ti baciamo ignare.
Che guardi? Il vento ti spezzò la nave?
Il vento vano che, sì, è, né pare?
E tu chi sei? Noi, quasi miti schiave,
moviamo insieme, noi moriamo insieme
costì con un rammarichìo soave...
Siamo onde, onda che canta, onda che geme...
III
Tu guardi triste. E dunque tua forse era
la voce che parea maledicesse
nell'alta notte in mezzo alla bufera!
Noi siamo onde superbe, onde sommesse.
Onde, e non più. L'acqua del mare è tanta!
Siamo in un attimo, e non mai le stesse.
Ora io son quella che già là s'è franta.
E io già quella ch'ora là si frange.
L'onda che geme ora è lassù, che canta;
l'onda che ride, ai piedi tuoi già piange.
IV
Noi siamo quello che sei tu: non siamo.
L'ombre del moto siamo. E ci son onde
anche tra voi, figli del rosso Adamo?
Non sono. È il vento ch'agita, confonde,
mesce, alza, abbassa; è il vento che ci schiaccia
contro gli scogli e rotola alle sponde.
Pace! Pace! È tornata la bonaccia.
Pace! È tornata la serenità.
Tu dormi, e par che in sogno apra le braccia.
Onde! Onde! Onda che viene, onda che va...
(da Nuovi Poemetti, 1909)

NELLE PICCOLE TORRI ORECCHI ODONO
Nelle piccole torri orecchi odono
Le mani raspare alla porta,
Occhi negli abbaini vedono
Le dita sulle serrature.
Dovrò aprire, o dovrò rimanere
Da solo fino al giorno della morte
Non visto da occhi stranieri
In questa casa bianca?
Mani, portate grappoli o veleno?
Al di là di quest’isola recinta
Da un mare sottile di carne
E da una costa d’osso,
La terra si stende lontana dal suono,
Le colline lontane dalla mente.
Né uccello né pesce volante
Disturbano il riposo di quest’isola.
Il vento che trascorre come un fuoco,
Occhi in quest’isola vedono
Le navi all’ancora fuori dalla baia.
Dovrò correre alle navi
Col vento nei capelli, o rimanere
Fino al giorno della morte, senza dare
Il benvenuto a nessun marinaio?
Navi, portate grappoli o veleno?
Gettano l’ancora fuori della baia,
La pioggia batte la sabbia e le ardesie.
Lascerò entrare lo straniero,
Darò il mio benvenuto al marinaio,
O resterò fino al giorno della morte?
Cosa portate, grappoli o veleno?
Da Poesie di Dylan Thomas
(Traduzione di Roberto Sanesi)
